Se la musica aiuta la memoria

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Bertolt Brecht

Il Giorno della Memoria, il 27 gennaio, non serve solo a ricordare l’Olocausto di milioni di ebrei. Serve anche a tenere a mente che la società in cui viviamo non è di un solo colore. Auschwitz_I_entrance_snow

Condividiamo i nostri spazi con persone di culture ed etnie differenti e se si attacca uno di questi gruppi, il danno è per tutti. Se si perseguita qualcuno solo per la sua cultura e si fa finta di non vedere, potrebbe toccare a noi il giorno successivo. Perché la strage nazista si chiama Shoah, se si guarda agli ebrei, ma anche Porajmos, se si parla di Rom e Sinti. Circa 500mila le vittime di quest’etnia.

A dare voce ai molteplici suoni e alle diverse lingue dei lager nazisti è il musicologo pugliese Francesco Lotoro. Nei campi soprattutto i più piccoli cercavano un modo per evadere dalla drammaticità della vita quotidiana. E poco importava se parlavano idiomi diversi perché facevano in modo di capirsi per poter esprimere al meglio la propria creatività.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-f99a52c1-b8c2-40bc-8c02-7b45d6811935.html

Il pianista pugliese ha raccolto la musica prodotta tra il 1933 e il 1945 in 624 campi di transito, concentramento e sterminio. In tutto gli spartiti appartengono a 1600 musicisti di diversa provenienza e religione reclusi nei campi. La raccolta di tutto il materiale sarà pubblicata in appositi volumi. Ieri, però, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, un concerto ha fatto risuonare quelle note appuntate su pezzi di carta, spesso tutt’altro che pregiata. Il titolo dell’appuntamento è “Tutto ciò che mi resta. Il miracolo della musica composta nei lager” e rende l’idea dell’immortalità che la musica può dare alle tante persone scomparse. Il concerto è andato in onda ieri sera su Rai5.

Questo spettacolo dimostra, tra le altre cose, come le contaminazioni musicali inaspettate tra Rom ed ebrei si materializzarono nelle condizioni più avverse alla vita umana.

Lara Martino

Il basket con il turbante contro l’intolleranza

È del settembre 2014 la circolare della Federazione internazionale del Basket con la quale si permetteva ai giocatori di indossare copricapi religiosi che erano prima proibiti in campo, almeno nei campionati nazionali e con particolare attenzione ai più giovani. Sta quindi al buon senso degli arbitri interpretare le situazioni e decidere magari di non applicare una regola che potrebbe offendere e suscitare intolleranza.
Sabato scorso, però, un arbitro del campionato bergamasco, settore giovanile, ha deciso di non tener conto dell’indirizzo indicato da questo documento. Non ha esitato ad espellere un giocatore perché indossava il copricapo dei sikh. In realtà il ragazzo indossava il pakta, una versione semplificata del tradizionale turbante e di solito preferita dai più giovani. Singh, 16 anni, si è detto stupito della decisione arbitrale: «In cinque anni che gioco, non mi è mai capitata una cosa del genere». La squadra del Sebino Basket Villongo ha subito manifestato solidarietà al ragazzo e, alla fine del primo tempo, ha lasciato il parquet per protesta.

La squadra Sebino Basket Villongo - Foto Lastampa.it

La squadra Sebino Basket Villongo – Foto Lastampa.it


L’attuale posizione della Federazione è frutto di una formale richiesta di due cestisti indiani che erano stati constretti a togliersi il turbante prima di una partita contro il Giappone nell’Asia Cup. La Fiba ha quindi deciso di adeguarsi a quanto già affermato dalla Fifa riguardo alla possibilità delle calciatrici musulmane di indossare il velo.
La decisione riguarda solo i campionati nazionali, mentre per le competizioni internazionali rimangono le restrizioni precedenti. Si attende però una decisione definitiva che arriverà probabilmente in occasione delle Olimpiadi di Rio 2016.
La vicenda di Sigh ha suscitato un dibattito di tolleranza che è andato al di là delle regole sportive. La società ha commentato l’accaduto su Facebook l’accaduto con queste parole: «La nostra volontà è quella di sensibilizzare gli appassionati tutti affinché la norma cambi perché di fronte ad un ragazzo di 16 anni a cui viene negato l’accesso al campo noi ci opponiamo con tutte le nostre forze. Il copricapo è per la sua fede e tradizione non può toglierlo». Si è sottolineata anche la necessità di salvaguardare la dignità di un ragazzo di 17 anni che in passato non aveva mai avuto problemi a giocare con il suo copricapo. Il fatto ha talmente scosso e umiliato il ragazzo che ha avuto difficoltà a tornare in campo per la vergogna. «La dignità delle persone è più importante di ogni regola, per di più se la nega o la prevarica».
La reazione è stata pubblicata anche su Twitter:

Il presidente della Federazione italiana Pallacanestro, Giovanni Petrucci, ha definito un errore la scelta dell’arbitro e ha sottolineato come lo sport debba essere sempre luogo di integrazione.

Lara Martino

Peppa Pig e la political correctness

James Naughtie, conduttore radiofonico della Bbc, ieri nella sua trasmissione Radio 4’s Today programme ha parlato delle nuove linee guida della casa editrice Oxford University Press. La sua fonte è una scrittrice della Oup, Eleonor Updale, che incidentalmente è anche sua moglie. Updale avrebbe infatti ricevuto a casa una lettera in cui la casa editrice invita i suoi dipendenti a evitare nei loro scritti riferimenti al maiale o ai suoi derivati per non offendere la sensibilità di musulmani ed ebrei. Bandito quindi qualsiasi accenno alla carne dei suini. Il divieto si riferisce sia alla rappresentazione scritta che alle immagini.
Il dibattito in studio, già concentrato sulla libertà di espressione, non ha potuto evitare di citare il cartone animato più famoso tra i bambini di tutto il mondo in questo momento: Peppa Pig.

"Peppa Pig Logo". Con licenza Marchio tramite Wikipedia.

“Peppa Pig Logo”. Con licenza Marchio tramite Wikipedia.

La figlia maggiore di una famiglia di maialini inventata da Phil Davies, Mark Baker e Neville Astley è la protagonista di una serie televisiva diretta e prodotta da Astley Baker Davies che è andata in onda per la prima volta nel 2005 sul canale britannico Channel 5. Il cartone, però, è diventato in questi anni un fenomeno mondiale perché è stato distribuito in 180 paesi. Il brand Peppa Pig compare in libri e dvd e ha firmato anche una serie di gadget o oggetti destinati all’uso dei bambini, anche a scuola.
La lettera ha suscitato numerose reazioni soprattutto perché da giorni si riflette sulla libertà di espressione e di critica nei confronti dei simboli religiosi a seguito degli attentati di Parigi. Un parlamentare musulmano laburista, Khalid Mahmood, ha definito la scelta della casa editrice come «completamente insensata». Lo stesso presentatore di Radio 4’s Today programme ha bollato l’avvertimento della Oup come qualcosa di assurdo.
Al di là delle valutazioni sull’opportunità per una casa editrice collegata a un organo accademico di lanciare questi segnali, vale la pena riflettere anche su un altro dato. Peppa Pig è un esempio di globalizzazione delle preferenze. In qualche modo, infatti, il cartone ha uniformato i gusti e le abitudini dei più piccoli.
Una produzione immaginata per un certo pubblico non necessariamente diventa adatta a tutti. Forse il dato più importante delle pubblicazioni destinate ai bambini è proprio questo: non tutti sono uguali e hanno la stessa sensibilità e in società multiculturali non bisognerebbe mai dimenticarlo che si parli di Peppa Pig o di qualcosa di più importante.

Lara Martino

Il terrorismo non è l’Islam

Le forze di polizia francesi sono a caccia di due fratelli di origine algerina che armati di kalashnikov hanno ucciso 12 persone nel centro di Parigi, forse per una guerra all’occidente, forse perché offesi da vignette giudicate offensive, forse perché hanno scelto il giornale satirico Charlie Hebdo come l’obiettivo di una violenza contro la libertà. I contorni di questa vicenda non sono ancora definiti, ma ciò che è certo è che ancora una volta attentati come questi, ricondotti immediamente all’Islam, fanno riflettere sulla presenza musulmana in Europa. E la Francia è uno dei paesi che da questo fenomeno è interessata più degli altri.
La presenza algerina in Francia alla vigilia della Prima guerra mondiale era di 15mila persone. Ciò che portò la popolazione algerina francese ad aumentare fu l’impiego militare dei colonizzati da parte della Francia. L’afflusso più importante di algerini in Francia, però, è successivo alla conquista dell’indipendenza da parte della Francia, a partire dal 1962. La definizione dell’identità di questi soggetti è da sempre molto complicata, duplice, alienante. Durante il periodo coloniale, addirittura, gli algerini che giungevano in Francia non erano nemmeno etichettabili come migranti, in quanto formalmente francesi. Allo stesso tempo, però, non erano cittadini francesi. Questa contraddizione ha generato molti problemi di integrazione, specie nelle periferie francesi.

È chiaro che il disadattamento e forse il rancore degli immigrati, anche quelli di seconda generazione, non giustifica atti di violenza contro un giornale come Charlie Hebdo. Anche perché se pure si dimostrasse la matrice islamica dell’attentato questo non basterebbe a condannare, come purtroppo in questi giorni sempre più spesso accade, l’intera popolazione musulmana francese, costituita da circa 6 milioni di persone, la più numerosa in Europa. Il colpevole non è l’Islam ma il terrorismo, a prescindere dal fatto che sulla bandiera dietro la quale si trincera ci sia la professione di fede islamica. Anzi forse quelli che ne pagano le conseguenze sono proprio i musulmani. La loro fede è continuamente minacciata, associata alla violenza più becera e vedono crescere l’intolleranza nei loro confronti. Anche il termine jihad viene impropriamente usato per indicare la guerra santa. Come molti altri concetti usati in maniera distorta dai terroristi, anche questo è oggetto di confusione. La traduzione letterale del termine jihad è “sforzo sacro”. È stato soggetto negli anni a molte interpretazioni che conferiscono a questo termine una serie di significati diversi: lo sforzo di condurre una vita da buon musulmano, l’impegno per farsi testimone della propria fede. I terroristi si sono fatti portavoce di un’interpretazione violenta, assimilata alle guerre di conquista che lo stesso Muhammad fece nei primi anni dell’Islam e giustificata dai soprusi storici che l’intero popolo arabo ha subito per mano occidentale. Ma i musulmani non ci stanno ad essere accomunati a chi ha scelto questa strada, molto più politica che religiosa.

Una delle vittime dell’attentato di mercoledì 7 gennaio è un poliziotto di nome Ahmed Merabet, anche lui di origine algerina, anche lui musulmano, come i suoi assassini. Ieri su Twitter con l’hashtag #JesuisAhmed molti hanno voluto sottolineare che il terrorismo ha poco a che fare con la religione, la maggior parte delle volte è contrario a quella vita che la religione difende.

La risposta di molti musulmani alla continua identificazione con la violenza è una campagna che in queste ore circola sul web. Si è scelto di usare internet come mezzo per trasmettere l’indignazione per ciò che il terrorismo sta facendo a un’intera religione. Perché tutto quello che accade non sia fatto in nome dei molti musulmani che hanno il diritto di non essere discriminati per la loro religione.
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Intanto i terroristi di Boko Haram continuano a uccidere in Nigeria. 2mila circa le vittime. Ma forse il fatto che non siano migranti di seconda generazione ad aver compiuto il massacro e che soprattutto il fatto non sia accaduto in Europa non darà lo stesso risalto alla notizia. Anzi forse serviranno solo come ulteriore pretesto per gridare “Stop all’invasione”.

L’emergenza prevedibile dei rifugiati in Italia

In Europa nel 2013 i rifugiati, in maggioranza siriani, sono aumentati del 32% rispetto all’anno precedente. Solo 695 sono stati i cittadini siriani che hanno scelto l’Italia per chiedere asilo politico. Si tratta di un numero irrisorio se confrontato con gli oltre 16mila della Svezia e i quasi 12mila della Germania. Questi numeri non devono comunque spaventare se si tiene conto del fatto che l’Unione europea accoglie meno del 10% dei rifugiati del mondo che invece cercano asilo in altre regioni del proprio paese o nelle immediate vicinanze dei confini nazionali.
Secondo il rapporto annuale 2014 pubblicato dal centro Astalli, servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia, i pochi rifugiati nel nostro paese sono la spia di una consapevolezza diffusa tra i migranti: le opportunità di integrazione sono molto scarse perciò è meglio rivolgersi altrove.
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Nonostante il numero degli arrivi non sia stato eccessivo, la reazione del sistema italiano è stata emergenziale. Le Prefetture sono state costrette a cercare sul territorio in fretta e in maniera approssimativa i posti da destinare ai rifugiati. Il numero delle richieste d’asilo è prevedibile, ma l’Italia non è stata in grado di programmare l’accoglienza. Ad aggravare questa situazione c’è la scarsità di percorsi di integrazione per i migranti che vengono spesso lasciati a loro stessi, ai margini della società. La loro presenza inattiva, d’altronde, alimenta l’intolleranza. Quante volte è stato sottolineato con intento più o meno strumentale il fatto che lo stato italiano assicura a ogni immigrato circa 30 euro al giorno? Si evita però di precisare che questo impiego di risorse statali è destinato solo ai rifugiati e non a tutti i migranti. Inoltre, di quella somma solo 2 euro circa vengono percepiti direttamente dalla persona. Il resto dei fondi è destinato ai centri di accoglienza.
Nel 2001 il Ministero dell’Interno ha creato lo SPRAR, il Sistema di Protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati. Si tratta di una rete di enti locali impegnati nell’accoglienza che mira ad essere integrata e a non ridursi solo a vitto e alloggio. Questi enti hanno a disposizione il Fondo nazionale per le Politiche e i servizi dell’asilo. Purtroppo, però, lo SPRAR si è spesso trovato ad operare con mezzi inferiori alle esigenze e la tendenza è stata quella di facilitare il transito dei rifugiati verso paesi più disposti all’accoglienza.
D’altronde lo stile italico nella gestione dei flussi migratori è terreno fertile per la malavita. L’esempio più recente ci è offerto dalle intercettazioni di Salvatore Buzzi della cooperativa 29 giugno all’interno dell’inchiesta su Mafia Capitale. Dalle parole di Buzzi sembra proprio che il giro d’affari per l’accoglienza di profughi e rifugiati fosse di gran lunga superiore a quello del mercato della droga. Bastava incanalare il denaro pubblico nelle casse delle cooperative amiche. A facilitare questo meccanismo è proprio l’emergenza. Se si è alla ricerca frettolosa di posti in cui alloggiare i migranti, si occupano tutte le strutture che si rendono disponibii senza passare per la procedura della gara d’appalto. Grandi strutture ricettive, quindi, gestite spesso in maniera poco trasparente e con pochi controlli: certo non un buon inizio per l’integrazione di chi scappa da paesi in cui c’è la guerra o in cui si ledono i diritti umani.
La tragedia del traghetto Norman Atlantic, andato in fiamme a circa tre miglia dalla costa albanese alle 4.30 di domenica 28 dicembre 2014, ha messo in evidenza anche un altro fenomeno. A bordo della nave c’erano tre migranti, due afghani e un siriano.

Il traghetto Norman Atlantic in fiamme. Foto della Guardia Costiera

Il traghetto Norman Atlantic in fiamme. Foto della Guardia Costiera

Lampedusa non è l’unica frontiera ad essere individuata dai migranti per raggungere l’Italia. L’Agenzia Frontex parla di circa 20mila migranti arrivati nel nostro Paese tramite i Balcani occidentali. In Grecia la Convenzione di Dublino, che stabilisce che si debba chiedere asilo nel primo paese in cui si mette piede, non vale. Per molti di loro il primo paese in cui si applica la Convenzione di Dublino è proprio l’Italia. Spesso quelli che raggiungono l’Italia attaccati ai semiassi degli automezzi o stipati nei camion sono solo una piccola percentuale di quelli che partono alla ricerca di una vita migliore.

I musulmani in tv contro le generalizzazioni

Ieri sera ad Announo su La7 è andato in onda il muro contro muro culturale. Nella consueta cornice della discussione del cerchio di giovani di diversi schieramenti, l’argomento era la percezione dell’Islām in Italia e il terrorismo. In collegamento dagli Stati Uniti il politologo Edward Luttwak non era disposto ad ascoltare le ragioni di chi aveva opinioni differenti dalle sue. Spesso si toglieva l’auricolare per non sentire la voce dei ragazzi in studio, deciso a non parlare con chi indossava il velo. Lo scontro è stato ideologico e appuntato sui simboli religiosi musulmani. Il velo di Hind, una ragazza musulmana in studio, è stato paragonato alla svastica nazista. Associazione estrema che ha indignato la ragazza. «Il velo rappresenta la mia libertà», ha risposto. L’intervento di Silvia, rappresentante di Forza Italia in studio, ha poi accenso ancora di più gli animi: « Sei libera? Allora togliti il velo!».
Dal punto di vista occidentale il velo è simbolo di oppressione e spesso non si riesce a guardarlo con gli occhi di chi lo indossa ogni giorno. Il velo ha un’infinità di significati: è identificazione, è devozione, è protezione, è appartenenza, per alcuni è anche libertà di manifestare al mondo ciò che si è. L’obiezione che spesso i non credenti fanno (non solo nei confronti dei musulmani) è che la religione plasmi le coscienze e convinca le persone che un obbligo sia in realtà espressione della loro volontà. Al di là di queste considerazioni che sono discutibili tanto quanto quelle opposte, nessuno ha il diritto di sfidare le convinzioni altrui, cercando di attaccare la sua cultura e le sue usanze. Il problema di base è che si cerca di analizzare l’altro ponendo se stessi al centro dell’universo e, cosa molto più grave, cercando di strumentalizzare le differenze. Ciò che stupisce non è tanto la diversità di posizione, quanto la facilità con cui si affrontino in un programma televisivo temi delicati come l’integrazione e la religione senza alcun filtro, sentendosi in diritto di dire qualsiasi cosa. La sensibilità e il rispetto per l’altro e per le sue tradizioni grandi assenti della prima serata di La7.
La generalizzazione sull’Islām è continuata poi con Luttwak. Rivolgendosi a un altro ragazzo musulmano, Usama, il politologo ha affermato che la sua barba lunga fosse un chiaro segnale di affiliazione terroristica. A poco è servito il tentativo del ragazzo di spiegare che non tutti i musulmani sono terroristi e che il terrorismo non è in linea con le parole del Corano che condannano la violenza contro gli innocenti.
Hind e Usama sono ragazzi italiani a tutti gli effetti, nonostante la legge non lo riconosca. La loro religione non ne fa degli schiavi né dei violenti a prescindere e prima l’Italia lo capisce meglio è per tutti noi.

Mashrou’ Leila, il pop arabo alternativo dal Libano a Napoli

Il loro passaggio a Milano lo scorso 7 novembre al Circolo Magnolia era stato un successo. Erano stati addirittura applauditi alla trasmissione televisiva “Quelli che il Calcio…”. Loro si chiamano Mashrou’ Leila e sono un gruppo musicale costituito da cinque ragazzi libanesi. Stasera alle 21.30 sono di nuovo in Italia, a Napoli, per il Forum Universale delle Culture a Piazza del Gesù. Il genere è un rock alternativo, ma il background tematico è quello della cultura araba. E non è un caso che all’apertura del loro sito il video in evidenza sia quello di un brano intitolato lil-watan, cioè Per la Patria.

Il nome del gruppo fa riferimento a un incontro notturno tra musica artigianale e approccio da stadio che li ha portati a girare il mondo. Hanno portato sui palchi internazionali una musica araba contemporanea alternativa nella quale sembra di poter sentire sfumature elettroniche e Fayruz allo stesso tempo. L’intento è quello di raccontare lo sviluppo culturale arabo in maniera diversa, toccando anche temi ancora tabù come quelli della sessualità. Il coming out del frontman, Hamed Sinno, lo ha reso il simbolo di una generazione desiderosa di cambiamento. Il pop arabo dei Mashrou’ Leila si tinge spesso anche di satira quando nei testi delle canzoni critica il governo e le consuetudini sociali libanesi.
Il concerto di questa sera a Napoli fa parte della rassegna “ Non troverai altro luogo, non troverai altro mare”. Lo scopo culturale della loro presenza a Napoli è stata accentuato dal loro incontro questa mattina con gli studenti dell’Università Orientale. Un dibattito in cui gli studenti hanno potuto dialogare con i musicisti arabi più in vista del momento. Il fenomeno indie-rock della band libanese è trasversale e ha raccolto seguito in tutti i paesi arabi arrivando persino a raccogliere consensi in Israele. Si sono fatti portavoce dei bisogni della gente che continuano a volere il cambiamento anche dopo che si sono spenti i riflettori sulla cosiddetta Primavera Araba.
I Mashrou’ Leila rappresentano la modernità araba che attinge agli impulsi internazionali e li interpreta secondo le categorie che le sono proprie. Il numero delle persone che seguono la pagina Facebook del gruppo ha raggiunto quota 237mila e a giudicare dalle foto che pubblicano alla fine dei loro affollati concerti, a volte nemmeno loro sembrano crederci.

I Mashrou' Leila al Royal Albert Hall di Londra lo scorso 15 novembre (Foto del gruppo su Facebook)

I Mashrou’ Leila al Royal Albert Hall di Londra lo scorso 15 novembre (Foto del gruppo su Facebook)

Integrazione politica, integrazione polemica

L’integrazione, vera o presunta, fa notizia, ma soprattutto suscita un mare di polemiche. È di pochi giorni fa la foto pubblicata su Twitter dal Presidente della regione Toscana Enrico Rossi. Una foto con i suoi vicini di casa, come lui stesso li ha definiti. La famiglia con cui compare nella foto è di etnia rom.

Qualunque politico che faccia un gesto a favore o contro l’integrazione è soggetto all’accusa di strumentalizzare la questione, in un senso o nell’altro. Il tweet di Rossi, però, ha superato ogni aspettativa. È stato seguito da ben 3500 commenti, quasi tutti di tono razzista. Gli utenti di Twitter non sembrano essere molto tolleranti nei confronti di “una minoranza che spesso è scelta come capro espiatorio dei malesseri delle periferie”. Con queste parole Don Virginio Colmegna ha commentato la vicenda nel suo blog “Sconfinando”. Don Colmegna è uno dei tre sacerdoti che ieri ha ricevuto una laurea honoris causa dall’Università di Milano in Comunicazione Pubblica e di impresa. “Perché la comunicazione è importante, rende la complessità comprensibile” ha detto durante il suo intervento il fondatore del centro di accoglienza milanese Casa della Carità. Ed è proprio un problema di comunicazione quella foto su twitter. Il momento storico non è certo quello dell’accoglienza nei confronti di chi è percepito come un intruso in aree delle città dove si genera una vera e propria guerra tra poveri. La politica ha spesso cavalcato l’onda dell’intolleranza additando gli stranieri come persone non titolate a ricevere i servizi e l’assistenza dello stato. “ Si preferisce far passare l’immagine dei rom ladri e delinquenti e si sceglie spesso di ignorare quegli uomini e quelle donne che lavorano e che cercano davvero di essere membri attivi della società” ha affermato Don Colmegna.

In realtà l’integrazione non potrà mai dirsi vera se chi appartiene a una minoranza si sente obbligato a nascondere la sua identità etnica come ancora succede nelle grandi città. Il fatto, però, che una persona riesca a nascondere una provenienza o un’appartenenza, significa che la maggioranza non si accorge delle differenze. È avvenuta un’assimilazione, uno scambio reciproco dovuto alla lunga convivenza e nessuno se n’è reso conto, nemmeno chi, se l’avesse saputo, sarebbe stato ideologicamente contrario.

Festa d’Africa Festival: imparare dall’altro attraverso la musica

L’incontro culturale con l’Africa si celebra a Roma in un festival. Il 28 novembre c’è stata l’inaugurazione al Teatro Palladium. L’evento si chiama Festa D’Africa Festival: 14 appuntamenti musicali e discussioni per permettere a chi lo vorrà di confrontarsi con culture differenti. L’ascolto di artisti contemporanei quindi per superare i pregiudizi. La manifestazione, arrivata alla sua dodicesima edizione e sponsorizzata dal Comune di Roma, dall’Ambasciata della Costa d’Avorio, le Università Roma Tre e LUISS Guido Carli e ActionAid Italia, andrà avanti fino all’8 dicembre 2014. Il tema scelto per quest’anno è Maestro-Discepolo in Arte. La trasmissione del sapere, quindi, è il centro della manifestazione: capire come questa avviene in Africa attraverso spettacoli multidisciplinari è un modo per risolvere in modo alternativo le criticità. Danza, musica, teatro, cinema e letteratura per il rispetto reciproco e una vera cultura della differenza. La direzione artistica dell’evento è affidata a Daniela Giordano con il Centro Ricerche Teatrale scenaMadre. Tanti i concerti in programma che vedranno la partecipazione anche di artisti internazionali. Tra questi Dobet Gnahorè, Ismaila Mbaya e Badara Seck che ha già collaborato con musicisti italiani come Mauro Pagani e Massimo Ranieri proponendo un originale incontro musicale tra Italia e Africa.


In occasione dell’inaugurazione, la riflessione si è appuntata sul land grabbing. Il fenomeno dell’accaparramento della terra, che si verifica soprattutto in Africa subsahariana, nasce dalla necessità di società e governi stranieri di dotarsi di risorse alimentari sempre più ampie.
Le serate organizzate dal festival saranno accompagnate anche da banchetti dell’Unicef che diffonderà materiale informativo sul virus ebola e sugli interventi messi in atto in 13 paesi africani per contenere la malattia.

Le traduzioni sbagliate e l’integrazione al contrario

A Bari oggi dei manifesti sono diventati esempio di integrazione al contrario: l’Associazione Arditamente ha diffuso in città questi volantini in formato A4.

Uno dei manifesti affissi oggi a Bari (Foto Ansa.it/Puglia)

Uno dei manifesti affissi oggi a Bari (Foto Ansa.it/Puglia)

L’esortazione è chiara, almeno quella espressa in italiano. Gli immigrati devono tornare a casa perché tolgono opportunità agli italiani “senza casa, senza lavoro e senza futuro”. Gli autori dei manifesti si sono preoccupati anche di fornire la traduzione del messaggio in modo che potesse essere compreso dai veri destinatari dell’esortazione: gli immigrati.
Negli esempi virtuosi di convivenza civile tra diverse comunità il multilinguismo negli avvisi è segno di apertura agli altri. Di pochi giorni fa la notizia della proposta di inserire delle indicazioni stradali in più lingue addirittura nella città santa dell’islām, Mecca. Anche il marketing ha capito l’importanza di farsi capire agli stranieri. Nella grandi città non è raro trovare cartelloni pubblicitari, spesso di compagnie telefoniche, in cinese o proprio in arabo. Nel caso di Bari, però, l’intento era l’esatto opposto. Lo scopo non era facilitare la comprensione dell’altro per farlo orientare in una nuova realtà, ma esprimere la volontà di cacciarlo dal proprio paese.

Nella compilazione del manifesto avviene, però, un piccolo inconveniente: le traduzioni del messaggio sotto la versione in italiano sono sbagliate, soprattutto quella in arabo. Una traduzione letterale della parte in arabo riportata sul manifesto potrebbe essere più o meno questa: “casa tua al ritorno gli immigrati”. Grammatica ignorata e significato inafferrabile. Per non parlare del fatto che la scrittura delle parole è errata. La grafia araba, anche quella stampata, prevede che quasi tutte le lettere siano collegate. Ogni consonante cambia forma quando si unisce alle altre. Inspiegabili spaziature, invece, rendono la lettura della frase sul manifesto, già piuttosto discutibile nel contenuto (per usare un eufemismo), illeggibile.
Intanto i manifesti sono stati rimossi e sequestrati dalla Digos di Bari. L’operazione “traduzione mal riuscita dell’intolleranza”, però, si era già compiuta.