Cerco-offro scuola, l’orientamento per gli studenti stranieri a Milano

Foto 3L’università di mattina, il lavoro come cassiera in un supermercato di pomeriggio. Sembra la storia di un qualunque studente che cerca di guadagnare qualche soldo per non pesare troppo sul bilancio familiare. C’è una differenza però: la studentessa si chiama Yoanna De León, 22 anni di San Cristóbal nella Repubblica Dominicana e sua mamma vive lontano, in Italia. Grazie al ricongiungimento familiare, non privo di ostacoli e rallentamenti, Yoanna è arrivata a Milano il 26 gennaio 2015 e ora cerca di capire che ne sarà del suo futuro universitario. È per questo che si è rivolta allo sportello del Comune di Milano “Cerco-offro scuola” che è aperto al pubblico dal 12 gennaio di quest’anno.

 

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«L’ufficio è destinato a un bacino di utenza molto ampio, i ragazzi stranieri tra gli 11 e i 25 anni arrivati in Italia dal 2012. Ci capitano quindi anche dei casi come quelli di Yoanna che necessitano di inserimento universitario», spiega Angela Schillaci, operatrice dello sportello attivo in Via Deledda: dei 40 colloqui effettuati finora, la maggioranza riguarda studenti che dovrebbero frequentare la secondaria di secondo grado. Sono nove coloro che necessitano di orientamento universitario.

«Mentre l’inserimento di bambini e ragazzi fino a 16 anni è semplice, perché esiste l’obbligo scolastico, chi supera quell’età ha più difficoltà a continuare gli studi in Italia. La prima cosa che facciamo, comunque, è ricostruirne la carriera scolastica. Si cerca di far applicare la normativa per il riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero», aggiunge Angela Schillaci.

Gli operatori di Cerco-offro scuola sono 13 e si alternano per garantire che l’ufficio sia aperto dal lunedì al sabato. Le diverse esperienze di docenti, educatori e mediatori linguistici contribuiscono a trattare ogni singola situazione nel modo più opportuno. Dopo alcuni colloqui, gli operatori indirizzano lo studente al servizio di orientamento dell’università prescelta.

La conoscenza della lingua rimane, però, un requisito indispensabile per seguire al meglio un percorso universitario in Italia. Il primo passo, perciò, è un corso di lingua italiana. Quello fornito dal Comune di Milano e dal CPIA (Centro Provinciale per l’Istruzione degli adulti) è gratuito. La frequenza di questi corsi rappresenta l’inizio del processo di integrazione sul territorio, così come l‘associazionismo e l’attività sportiva. Yoanna ha stretto le sue prime amicizie proprio lì, con ragazze arrivate da Sri Lanka e Bolivia e con le quali può condividere dubbi e soddisfazioni della sua nuova vita.

Foto 2Yoanna vuole continuare in Italia i suoi studi di economia che ha lasciato al secondo anno e per farlo sta considerando l’Università Bicocca. Non esclude, però, altre possibilità come quella della mediazione linguistica dell’Università Statale nel Polo di Sesto San Giovanni.

Molti degli amici di Yoanna l’avevano incoraggiata a partire. Sfiduciati dal sistema scolastico del loro Paese e nauseati dalle logiche clientelari che regolano il mercato del lavoro hanno pensato che l’occasione italiana per lei potesse essere una svolta.

Agli operatori tocca a volte, però, ridimensionare le aspettative degli studenti che idealizzano la meta del loro viaggio. Lo sportello si impegna a sostenere i ragazzi immigrati nei loro passi di integrazione, ma la consapevolezza delle difficoltà lungo il cammino di inserimento rimane una costante con cui i giovani devono fare i conti.

 

Le migrazioni ai tempi di Waze

autostrada_codaOggi Contamigrazioni ha deciso di guardare fuori dal finestrino della sua auto. Il viaggio che racconta non è quello difficile e pericoloso di chi scappa dalla guerra o dalla povertà alla ricerca di un futuro migliore. Il percorso non è per mare, né attraverso frontiere sconosciute, ma è sull’autostrada che collega il sud al nord (e viceversa), Napoli a Milano, quell’autostrada del Sole che si chiama A1.

Per gran parte del viaggio la pioggia ha bagnato quel finestrino. Poi a un certo punto sembrava che i raggi del sole potessero illuminare quella strada per sua natura un po’ amara e in qualche modo migliorarla. Attenti ai limiti di velocità, ai vari sistemi di controllo e rispettosi delle regole del codice della strada in sole tre ore dal finestrino si vedevano già le colline toscane. L’aria di casa era lontana e sembrava volata via in un tempo troppo breve. Chiudendo gli occhi per un attimo la sensazione era quella di poter tornare indietro.

L’autoradio è sintonizzata sulla frequenza 103.3, l’orecchio ascolta distratto le notizie sul traffico. All’improvviso una località pronunciata dallo speaker suscita preoccupazione: code a tratti tra Firenze Sud e Barberino del Mugello.

In ogni viaggio degli emigranti che lasciano il sud per andare al nord a lavorare o studiare il traffico in quel pezzo di autostrada sembra inevitabile. Come un rito che inizia e conclude le vacanze che si sceglie di trascorrere nella terra natia, tra gli affetti familiari.

La corsa rallenta. Dal finestrino ci si concentra di più sulle auto stracolme di pacchi e valigie, di persone che sonnecchiano sui sedili posteriori e di folle agli autogrill. A singhiozzo si procede e ci si alterna nelle corsie con sconosciuti che condividono in quel momento un pezzo del tuo percorso e forse un destino simile al tuo. Oltre il vetro dell’auto, però, oggi si nota anche altro. Sia dalla parte del guidatore che dal lato passeggero domina lo smartphone. Le notizie sul traffico portano ad usare il cellulare per cercare una via d’uscita, una strada alternativa per non ritardare l’arrivo alla meta finale del viaggio. L’applicazione più usata in questi casi è Waze. Il sistema si basa sulle segnalazioni degli utenti, ma soprattutto è in grado di mappare tutti gli iscritti in viaggio su ciascun tratto stradale. Tramite il segnale Gps, Waze ne monitora la velocità e calcola i tempi di percorrenza in modo da segnalare agli altri utenti eventuali rallentamenti o blocchi del traffico. Nei momenti più critici suggerisce i percorsi alternativi per evitare di stare fermi in coda.

Grazie a Waze e a una piccola deviazione il traffico è superato. Milano è sempre più vicina e il panorama scorre fuori dal finestrino più veloce di prima. Nel bagagliaio ci sono anche i sapori della terra campana e irpina. E in un attimo grazie a un po’ di “pignarella” o di “tortano napoletano” si può tornare a casa almeno con il palato. Pasqua è passata, e si ritorna a desiderare di ripartire di nuovo. Il traffico non fermerà gli emigranti meridionali, definiti per questo a volte anche un po’ molesti, “terroni” sempre più spesso orgogliosi di esserlo.

La Toscana è superata. Il buio ormai avvolge la strada che corre lungo l’Emilia Romagna. Dal finestrino si vedono solo le luci rosse delle auto che precedono e i fari di quelle che vengono in direzione contraria.

Siamo quasi arrivati. Arrivederci al prossimo finestrino.

Apre il Mudec di Milano: uno spazio multiculturale che guarda a Expo 2015

L’apertura era attesa da tanto tempo. I rinvii sono stati parecchi e le polemiche pure: l’archistar David Chipperfield che l’ha progettato ha criticato la pavimentazione. Il 27 marzo, però, il Mudec, il museo delle culture, ha aperto le sue porte al pubblico di Milano e non solo. Un polmone multiculturale nel cuore della città, in Via Tortona 56. Le opere d’arte che ospita sono 7mila e provengono da tutti i continenti. Raccolte in un unico luogo raccontano un pezzo della storia del mondo, dal punto di vista culturale, fino alla metà del secolo scorso. Per non contare poi le mostre d’arte internazionale e le esposizioni dedicate alle produzioni contemporanee.

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Il Museo è stato costruito in ben 12 anni e sorge nell’area dell’ex Ansaldo. Rappresenta, quindi, un modo per dare un significato nuovo a un pezzo della città che altrimenti sarebbe rimasto abbandonato a sé stesso.

Potrebbe sembrare un po’ un controsenso che una nazione come l’Italia debba ospitare opere d’arte provenienti da altri paesi dato l’enorme patrimonio artistico che possiede, ma se si guarda la faccenda da un altro punto di vista l’apertura del Mudec ha un significato importante. E il fatto che il museo apra a Milano non è un caso. Milano e provincia sono tra le aree geografiche italiane che accolgono più cittadini stranieri (intorno al 18%). Questa convivenza aveva quindi bisogno di essere testimoniata anche in un luogo artistico. È un esempio di come popoli che si spostano portino con sé anche la loro cultura nelle sue manifestazioni più alte.

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Le mostre aperte adesso sono due: “Africa. La Terra degli spiriti” e “Mondi a Milano”che sembra proprio riferirsi all’imminente avvio di Expo.

All’interno del museo anche uno spazio espositivo dedicato al Forum delle culture del comune di Milano. L’arrivo di 20 milioni di visitatori in città non mancherà certo di offrire stimoli al progetto che punta ad essere sempre più universale.

 

 

 

 

Daniela Santanchè e le origini dei piloti dell’airbus

Potrebbe sembrare fuori tema per questo blog, ma non lo è. L’articolo di oggi parte da questo tweet:

La notizia a cui si riferisce l’onorevole è che l’aereo (l’Airbus e non l’autobus) caduto sulle Alpi francesi martedì mattina sia stato fatto cadere di proposito dal copilota. La scatola nera ha registrato la conversazione tra il pilota che, uscito dalla cabina, è rimasto chiuso fuori e non è riuscito a riprendere i comandi del velivolo, nonostante i tentativi di sfondare la porta. Nel frattempo il suo vice azionava i comandi di discesa e portava con sé alla morte 149 persone.

La procura di Marsiglia ha affermato che al momento non ci sono elementi per ritenere che si tratti di terrorismo, ma questo non è bastato a fermare l’onorevole Santanchè. Questa notte, alle 00.41, appena avuto sentore che il disastro aereo potesse essere volontario e non accidentale, Daniela Santanché ha pensato di scrivere sul suo profilo Twitter la doppia gaffe.

Sbagliare, certo, può capitare a tutti. Di notte poi la possibiltà aumenta e si può ragionevolmente pensare che si scriva “autobus” al posto di “airbus” per un semplice errore. Fin qui la parte “comprensibile”.

Segue a ruota la parte ingiustificabile, che è anche quella più in tema con l’argomento del blog. Si tratta di pregiudizi. L’equazione della Santanchè è stata più o meno questa: disastro aereo=terrorismo=Isis=musulmani=arabi.

E così nella notte in cui si cercava ancora di recuperare i resti di tutte le vittime disintegratesi con l’aereo su una montagna, la strage della Germanwings è diventata di colpo un argomento di strumentalizzazione politica, sbagliata nella forma e nel contenuto. Poche parole per insinuare che dietro all’incidente ci fosse un’azione terroristica. E le azioni terroristiche per Daniela Santanchè dipendono dalle origini e non dal fanatismo del singolo. Per giunta, quei pochi caratteri sono stati scritti e diffusi al popolo di Twitter senza alcuna prova o verifica del caso, con il solo scopo di alimentare quelle generalizzazioni sempre più diffuse riguardo a arabi e musulmani. Per la cronaca, pare che i piloti dell’aereo fossero entrambi di origine tedesca.

Sempre più spesso alcuni dei nostri politici usano i social network in questo modo. Diffondono dicerie, tentano di stimolare sospetti e pregiudizi, fanno incredibili errori. Tutto il web comincia a parlarne e non certo in dibattiti impegnati. La tendenza è di ridicolizzare il politico in questione che così amplifica la sua brutta figura (qualche esempio qui). Era successo anche con il retweet di Maurizio Gasparri all’indomani della liberazione di Greta e Vanessa, le due ragazze rapite in Siria.

Si dice spesso che al tempo di internet verificare le notizie sia semplice. Così come smentire quelle inesatte o semplicemente assurde. Peccato che alcuni politici non l’abbiano ancora imparato. Ciò che è peggio, però, è che a rimetterci è soprattutto il nostro grado di civiltà.

 

Lara Martino

 

 

 

Papa Francesco a Napoli contro la società corrotta: «Non chiudiamo le porte ai migranti»

«Chiudere le porte ai migranti significa essere corrotti». Nel suo discorso,diretto, a braccio, all’ombra delle vele di Scampia, da una delle periferie di cui Francesco parla da sempre, il Papa si concentra sulla corruzione. La ripete più volte questa parola. Ne fa sentire l’eco alla folla così che tutti possano riflettere sul significato profondo del termine. Ma non ne parla solo con riferimento ai concetti che di solito essa evoca: tangenti, raccomandazioni, alterazione del mercato, violazione delle leggi. Ne parla anche in altri termini. Parla della corruzione come di un male soprattutto morale che distrugge, che sporca, che consuma, che manda in putrefazione l’intera società, fino a farla puzzare. E in questo discorso inserisce il richiamo ai migranti. Un richiamo non casuale. Il Santo Padre aggiunge: «Dobbiamo far sentire ai nostri fratelli e sorelle migranti che sono cittadini, che sono come noi, che sono figli di Dio. Sono migranti come noi. Tutti siamo migranti nel cammino della vita. Nessuno di noi ha dimora fissa in questa terra».

Lui meglio degli altri sa cosa significa essere pastore in una comunità che non è quella delle sue origini. Sente su di sé la responsabilità di guidare la Chiesa universale e crede nell’importanza di condividere le stesse opportunità, al di là delle diverse provenienze.

Non è un discorso retorico il suo, di chi rappresenta la Chiesa e non può far altro che parlare per i più deboli. Le sue parole non sono scontate, ma sentite e hanno lo scopo di annullare le parole di intolleranza che spesso risuonano nelle piazze. Le parole di chi vuole strumentalizzare la paura dell’altro.

In tono deciso, quasi arrabbiato, Papa Francesco pone una domanda ai bambini che gli sono intorno: «I migranti sono forse umani di seconda classe?». La risposta è un secco no. Non c’è bisogno, secondo Francesco, di sottolineare che i migranti devono essere rispettati perché cittadini come tutti gli altri. I migranti sono umani e in quanto tali hanno diritti che non bisognerebbe mettere in discussione.

I dati Eurostat parlano per l’Italia di un aumento dei richiedenti asilo del 143% nel 2014. Sono persone che rivendicano il loro diritto alla vita. L’Italia è il terzo paese in Europa per numero di domande ricevute e ne ha accolte 20 mila, soprattutto provenienti da Nigeria, Mali e Gambia. Nonostante il significativo aumento, però, la Germania ne accoglie molti di più rispetto all’Italia. L’allarme invasione rimane quindi ingiustificato.

«Il fatto che noi tutti siamo migranti, non è scritto in un libro, è scritto nella nostra stessa carne. Noi tutti siamo in cammino verso un’altra patria e che nessuno si perda per strada», dice Francesco.

Il Santo Padre parla anche di lavoro, di dignità del lavoro e della fisionomia della nostra società come “la società dello scarto”. Il Papa invita quindi a non rimanere zitti davanti alla logica dell’esclusione e dello sfruttamento di ogni persona, a prescindere dal suo colore o dalla sua lingua.

Lara Martino

 

Un futuro per Poonam: 125 mila dollari in dieci anni grazie al crowdfunding

«Spero che il mio esempio ispiri le persone a fare del bene, anche non solo attraverso il mio progetto». È Alex Masi, fotogiornalista, a pensarla così. Dal 2011 il suo lavoro – che è anche la sua passione – l’ha portato ad avviare una raccolta fondi online per aiutare la bambina indiana che gli ha cambiato la vita, Poonam Jatev. Il suo viaggio in India nel 2009 gli permise di fotografare la piccola Poonam sotto la pioggia. Quella fotografia gli fece vincere i primi 5 mila dollari che ha investito nel suo progetto. «Una fotografia fatta per caso, mentre mi trovavo a Bhopal, in India, per documentare gli effetti del disastro ambientale dell’azienda chimica Urban Carbide, avvenuto in quella zona nel 1984».

(2009) Poonam's Tale of Hope in Bhopal - India

L’idea del crowdfunding è venuta naturale poco dopo: «Ho creato un blog che ho poi trasformato in un sito. Attraverso questi mezzi ho cercato di far conoscere il mio desiderio di assicurare un’educazione a Poonam e un futuro migliore alla sua famiglia». Ma Alex Masi non si accontenta di pagare un’istruzione di base a Poonam. Per lei vuole di più. E per farlo ora ha immaginato un progetto a lungo termine, 10 anni per l’esattezza. Ha quantificato la somma che ci vorrà per mandare avanti negli studi sia Poonam, 12 anni, che sua sorella Jyoti, 13 anni, in 125 mila dollari. Li raccoglie grazie al sito Gofundme sul quale è possibile fare delle donazioni o acquistare foto e stampe. «I soldi che ho raccolto fino ad ora attraverso il sito, la pagina Facebook del progetto e la piattaforma di crowdfunding hanno contribuito a migliorare di molto la vita della famiglia Jatev. Ora hanno una casa con tre stanze e il bagno, il padre ha un carretto nuovo e la madre ha avviato un’attività per la produzione e la vendita di torte di riso. Ma io voglio spingermi oltre», spera Alex.

(2011) Poonam's Tale of Hope in Bhopal - India             (2014) Poonam's Tale of Hope in Bhopal - India

La storia di Poonam e del fotogiornalista italiano era stata raccontata già nel 2013 su Piazza Digitale, blog del Corriere della Sera.

Ieri Piazza Digitale è tornato ad occuparsene per fare il punto sui progressi del progetto che è al tempo stesso esempio di grande generosità e innovazione giornalistica. Ma la sua storia è anche la storia di una “contamigrazione”: Alex Masi era andato in India per documentare un evento ed è tornato cambiato, con idee e stimoli nuovi da poter realizzare per sé, ma soprattutto per i soggetti delle sue fotografie.

Da allora i viaggi di Alex si sono moltiplicati perché si è reso conto di poter davvero aiutare Poonam e la sua famiglia solo nei loro luoghi e nella loro cultura. Cerca di non essere invadente, guarda con rispetto alle tradizioni e alle convinzioni della famiglia Jatev e scatta fotografie che sono i veicoli del suo altruismo.

Da metà marzo fino a metà maggio, Alex Masi sarà di nuovo in India. Visiterà due scuole dove forse Poonam e Jyoti andranno a luglio per il loro sesto anno di formazione. Il loro sogno è diventare insegnanti o impiegate statali.

(2014) Poonam's Tale of Hope in Bhopal - India(2013) Poonam's Tale of Hope in Bhopal - India(2014) Poonam's Tale of Hope in Bhopal - India

«I 125 mila dollari che ho calcolato sono comprensivi delle spese, anche logistiche e di traduzione, che dovrò affrontare per portare avanti il mio progetto. Il resto servirà in particolare per l’istruzione delle ragazze, ma anche per cercare di sostenere l’educazione di altri bambini dell’area di Bhopal. La mia idea – continua Alex Masi – è quella di fondare un’organizzazione benefica ispirata alla storia di Poonam». L’area di Bhopal è ancora lontana dall’essere sicura: le bonifiche necessarie per evitare l’inquinamento dell’acqua non sono state ancora avviate e continuano a nascere bambini con malformazioni per questo. «Io posso fare poco per la questione ambientale che richiederebbe investimenti molto più consistenti. Posso, però, impegnarmi per l’istruzione di questi ragazzi, perché possano avere qualche possibilità in più».

(2011) Poonam's Tale of Hope in Bhopal - India

Poonam e la sua famiglia non hanno ben presente tutto quello che Alex Masi sta facendo per loro attraverso il sito e i social media. Sanno solo che quelle fotografie che si lasciano scattare contribuiscono a pagare la scuola e le altre spese. La connessione internet è un miraggio a Bhopal, ma Alex ha in progetto anche un corso di computer per loro nel prossimo futuro. «Più competenze acquisiscono, più possibilità hanno di entrare in contatto con persone di altre classi sociali. Magari possono trovare un marito che contribuisca al loro benessere e nel frattempo aumenti l’onore della famiglia».

Alex Masi intanto continua la sua attività di fotogiornalista a tempo pieno. Aggiorna i siti, si iscrive a concorsi, fa proposte. Sta curando un video-documentario sulla storia di Poonam: «A giugno, dopo essere tornato dall’India, continuerò cercando di pubblicarlo su magazine e siti in giro per il mondo. L’idea è quella di ricavarne dei piccoli multimedia che andranno poi sulla pagina Facebook e sul sito».

Quando l’editing del video sarà completata, Alex Masi punta a farlo diventare una sorta di promo del crowdfunding. Ma tutto dipende dal materiale che riuscirà a raccogliere. «Più soldi ho a disposizione, più tempo passo con Poonam e più risultati riesco ad ottenere. Non mi dispiacerebbe vedere la sua vita raccontata anche in un libro», spiega Alex.

Nell’agenda del fotogiornalista anche una serie di date importanti dedicate ai bambini, alle donne e all’educazione in cui si impegna a promuovere il suo progetto.

(2014) Poonam's Tale of Hope in Bhopal - India

Vorrebbe riuscire a tradurre i contenuti che inserisce online anche in altre lingue oltre l’inglese, ma è una cosa che richiede tempo e risorse. E pensa anche a nuovi progetti fotogiornalistici che avranno come protagonisti ancora una volta le persone che di solito vivono ai margini, le più vulnerabili.

Lara Martino

#MaiconSalvini, l’opposizione alla marcia contro l’immigrazione

Mentre a Roma in Piazza del Popolo Salvini sfila in piazza a dire: “No euro”, “Stop immigrazione” e “Prima gli italiani”(che un po’ di tempo fa era “Prima il Nord”), c’è qualcuno che si oppone.

Salvini

La battaglia è strumentalizzata a fini ideologici, ma qui quello che interessa è parlare di migrazioni: non sono cominciate ieri e certo non finiranno oggi con gli slogan razzisti di chi si ostina a non ricordare il passato. E soprattutto non sa guardare al futuro.

Nella manifestazione della Lega sono spuntati simboli fascisti a causa della presenza di CasaPound. A sfilare uno accanto all’altro, quindi, attivisti che da anni si battono per la secessione della “Padania” al grido di “Roma ladrona” e neofascisti. Un insieme indefinito di istanze e propaganda che parlano alla pancia di un popolo ancora troppo poco tollerante.

Elio Germano ci mette la faccia e con richiami alla storia e alla letteratura dice con forza: «#MaiconSalvini».

Lara Martino

Una circolare vieta il velo a scuola per «limitare l’intolleranza»

0b0ba07080b43fedf89b90a8d2652b4d5167f8218e4d1Una circolare passa tra le classi dell’Istituto tecnico “Malignano” di Cervignano del Friuli, in provincia di Udine. Il foglio porta la firma del dirigente scolastico Alessandro Durì. Non è una circolare come le altre. Come quelle che preannunciano le vacanze scolastiche o pubblicizzano incontri o gite. È una circolare che integra il regolamento di sei scuole sottoposte alla stessa dirigenza: alle ragazze musulmane non sarà più permesso indossare il velo in aula.

Il preside fornisce al Messaggero Veneto una spiegazione della sua decisione che va al di là delle motivazioni di solito fornite a riguardo. Il divieto del velo non sarebbe legato alla necessità di riconoscere l’individuo per motivi di sicurezza. Secondo il preside, il velo è «un’ostentazione del credo religioso che non può essere accettato nella laica scuola italiana, soprattutto se si tratta di un’imposizione». Nelle parole del dirigente scolastico c’è addirittura il riferimento alla minaccia rappresentata dall’Isis. Il terrorismo islamico ha causato, a detta del preside, un aumento dell’intolleranza tra i ragazzi occidentali. La scuola è stata teatro di violenze nei giorni scorsi nei confronti di un ragazzo di origine straniera. Il provvedimento sul velo dovrebbe quindi – secondo il preside – contribuire a prevenire episodi di questo genere.

L’esibizione dei simboli religiosi viene dunque vista come una provocazione. E si è ritenuto che limitandola si potesse porre rimedio all’intolleranza. Il velo come gli altri copricapi viene vietato nelle aule anche perché contro «la buona educazione». Questa decisione apre, però, una discussione riguardo al funzionamento della scuola, al valore educativo delle differenze, all’integrazione degli studenti stranieri, al rispetto per i vari culti religiosi.

Per ciò che riguarda la laicità della scuola, le dichiarazioni del preside fanno presumere che questo valore dipenda da chi la frequenta. La laicità, però, non è il rifiuto dei singoli alla religione. È piuttosto il rispetto di tutte le religioni e l’impegno da parte dell’istituzione pubblica a mantenere un atteggiamento neutro nei confronti di chi professa una religione o di chi non ne professi nessuna. Questo provvedimento è stato poi presentato come un metodo di prevenzione contro l’intolleranza alimentata in Occidente dal terrorismo islamico. È difficile, però, raggiungere una vera integrazione nella scuola, come nella società, con dei divieti di questo tipo. Si rischia, al contrario, di radicalizzare le posizioni e di far pensare che la decisione sia stata presa più contro i musulmani che a favore della loro tranquillità.

L’espressione della propria religiosità non può essere limitata solo perché si teme che gli altri possano essere turbati dalla manifestazione pubblica di un credo. La questione del velo per le donne musulmane è troppo complicata per poter essere risolta con una sbrigativa descrizione («un’ostentazione o un’esibizione, soprattutto se imposta, del proprio credo religioso»). Il velo è parte integrante di una cultura, oltre che di una religione. Le donne nella maggior parte dei casi si riconoscono in quel simbolo e conferiscono diversi significati a quell’oggetto a seconda della loro storia personale e del modo in cui vivono l’Islam.

Lara Martino

In Italia con l’Eritrea nel cuore

«L’Italia è anche il mio paese». A dirlo è Tesfai Asmorom, conosciuto da tutti come l’ “Andreotti” della Comunità Eritrea Milanese perché è il veterano dell’associazione, in Italia dal 1974. Tesfai è arrivato con un visto turistico, ma ha chiesto asilo politico perché scappava dalla guerra. L’imperatore etiope aveva da poco dichiarato l’Eritrea una sua provincia. Solo nel 1991, dopo 30 anni di lotta armata, il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo è riuscito ad ottenere l’indipendenza. L’Italia in quel periodo era la meta che veniva scelta in maniera naturale da chi lasciava il Corno d’Africa. Spesso si trattava di persone che avevano già frequentato scuole italiane. La presenza italiana in Eritrea ha lasciato molti segni: città come Asmara assomigliano più a cittadine italiane che a città africane.

La sede della Comunità eritrea milanese in Via Temperanza

La sede della Comunità eritrea milanese in Via Temperanza

L’Italia ha colonizzato l’Eritrea fino al 1941. Le opportunità che ha saputo dare, o magari i tanti legami culturali ed economici, hanno permesso ai migranti di integrarsi e vivere in tranquillità nel paese che oggi li ospita. La maggioranza di quelli che si incontrano più o meno ogni settimana nella sede della Comunità Eritrea Milanese in via Temperanza, zona Pasteur, condivide questa storia. Si tratta di famiglie arrivate negli anni ‘70 e ‘80. La politica italiana di accoglienza ha forse in qualche modo favorito un popolo fino a 30 anni prima sottomesso.

Tesfai Asmorom è un cittadino italiano. Oggi è in pensione, collabora alle attività della comunità ed è convinto che «gli italiani debbano capire che ci sono cittadini che non hanno la pelle bianca». La Cem, nata nel 1985 e di cui lui è un membro storico, lo aiuta a realizzare anche un altro obiettivo: non dimenticare l’identità eritrea. «Noi siamo tutti ambasciatori del nostro paese», dice Tesfai con orgoglio. È per questo che ogni anno, il 24 maggio, gli eritrei di tutto il nord Italia si incontrano a Milano per festeggiare l’indipendenza della loro nazione.

Un gruppo di donne cena accanto alle bandiere eritree e alla foto simbolo dell'armonia religiosa in Eritrea

Un gruppo di donne cena accanto alle bandiere eritree e alla foto simbolo dell’armonia religiosa in Eritrea

Questa è solo una delle attività in cui è impegnata la Comunità. Il centro di via Temperanza è soprattutto un luogo di ritrovo. Ogni sabato, proprio accanto al Consolato eritreo, ci si incontra per chiacchierare, mangiare in compagnia i cibi della tradizione, ballare e cantare. Per i più piccoli è anche attiva una scuola di lingua tigrina, l’idioma più parlato in Eritrea: un modo per permettere anche ai bambini nati in Italia di venire a contatto con la loro cultura d’origine. In occasione delle ricorrenze religiose poi, la comunità diventa il luogo per festeggiare. E poco importa se le fedi sono diverse. Cristiani copti o cattolici e musulmani vivono in perfetta armonia la loro integrazione milanese che è anche linguistica: arabo, italiano e tigrino si mescolano nella reciproca comprensibilità. L’associazione si autofinanzia grazie alle offerte degli iscritti e i fondi servono anche a realizzare il desiderio di chi dopo la morte vuole essere seppellito in patria. Non è difficile quindi raccogliere con una colletta i 4-5mila euro per il trasferimento.

Giuseppe Pagani, il referente della comunità, annuisce alle parole di Tesfai. La sua storia è un po’ diversa: nato in Eritrea da padre italiano, ha studiato lì in un istituto commerciale per poi venire a lavorare come contabile in Italia. Nel suo passato anche un’esperienza come calciatore nella serie A eritrea. Guardando alla bandiera appesa nella sala ne descrive colori e significati: il rosso è il sangue versato per ottenere l’indipendenza, il verde l’agricoltura, il blu il mare, la pianta d’olivo il prezioso oro eritreo. Le sue parole rivelano l’amore per la sua terra. Mentre parla chiede scusa per l’odore della cipolla appassita che arriva sempre più forte dalla cucina. I volontari stanno preparando la cena per gli ospiti del centro come fanno ogni settimana.

Momenti di convivialità nella Comunità eitrea milanese

Momenti di convivialità nella Comunità eitrea milanese

Il suo racconto permette di ricostruire la storia dell’immigrazione eritrea in Italia: «Negli anni ‘70 la manodopera eritrea era ricercata, soprattutto le donne, note per la loro pazienza e quindi adatte alla mansione di badanti. Oggi, invece, le collaboratrici domestiche vengono soprattutto dall’Europa orientale e le opportunità lavorative per chi arriva in Italia sono poche».

I migranti eritrei che mettono piede in Italia la vedono solo come una tappa necessaria per raggiungere altri paesi che possono offrire maggiori possibilità di lavoro. Magari cercano anche di ottenere lo status di rifugiati, perché lo permette la Convenzione di Dublino, ma poi vanno via. Cercano in Inghilterra, Danimarca, Svezia, Norvegia, Stati Uniti quello che l’Italia non può più offrire. Il figlio di Tesfai, ad esempio, ha 32 anni e vive in Inghilterra come la maggior parte della giovane generazione emigrante del suo paese.

Anche la figlia di Zighè, come molti suoi coetanei, ha scelto di andare in Inghilterra e ora vive a Londra. I sacrifici economici della madre per farle studiare l’italiano dopo il suo arrivo nel 1991 non sono bastati a farla rimanere. «In Italia non c’è lavoro per i giovani. Voglio impedire che la mia famiglia venga qui», dice Zighè. Per riuscire in questo intento ogni mese manda 25 euro a due famiglie che hanno perso i loro figli durante la guerra. Secondo lei, questo è il modo in cui gli eritrei possono ricostruire il loro paese. Il suo desiderio più grande ora è tornare in Eritrea. Zighè è in Italia dal 1986 e lavora come custode. Nel 1977 ha lasciato l’Eritrea per trasferirsi in Arabia Saudita dove aveva trovato lavoro, ma era costretta a pagare una quota a uno sponsor per mantenerlo. Anche per lei, però, l’istruzione era stata italiana, fino alla terza media. «Ero e sono innamorata dell’Italia», confessa. La presenza in Italia della sorella l’ha spinta quindi a dirigersi a Roma, poi in Sicilia e, infine, a Milano dove ha abitato per otto mesi in una casa occupata. Due anni dopo il suo arrivo ha ottenuto un alloggio regolare a Lorenteggio.

La Comunità Eritrea Milanese, però, da quasi 30 anni è la sua casa, il posto dove ogni settimana può ricordare i sapori dello zgiri, la salsa piccante, o dello shiro, la salsa di ceci, che accompagnano i piatti di carne. Ha imparato a cucinare anche il cibo italiano, le piace farlo e anche grazie a quello ha conquistato la sua integrazione.

Lara Martino

Da un deserto all’altro: la musica dei Tinariwen

Tinariwen-1024x683Dal deserto del Sahara del Sud può venire la musica rock? La risposta si trova nella produzione di un gruppo Tuareg, i Tinariwen. Una mescolanza di blues, rock e musica tradizionale Tuareg assicura a questa formazione un’originalità che però è globale. La loro sonorità distintiva li rende allo stesso tempo particolari e comprensibili anche secondo le categorie occidentali.

Il paese d’origine del gruppo è il Mali, ma il fondatore del gruppo Ibrahim Ag Alhabib è stato costretto ad andare in Algeria dopo la morte del padre. Lì ha potuto entrare in contatto con diverse esperienze musicali: il rai, il chaabi marocchino e il pop occidentale. Il nomadismo è la cifra distintiva della musica del gruppo e il risultato non può che essere una mescolanza di generi.

Nel loro ultimo lavoro, Emaar, non manca il riferimento alla situazione politica in Mali che li costringe spesso ad evitare di tornare a casa per paura di essere incarcerati. Il paese ha vissuto a suo modo la sua primavera rivoluzionaria, ma questo sembra essere stato ignorato dai più. L’instabilità politica del loro paese li ha costretti a registrare il loro ultimo lavoro, Emaar, in un deserto diverso da quello africano, quello californiano di Joshua Tree. I Tinariwen traggono ispirazione dall’ambientazione in cui si sono formati e in cui hanno dato vita a tutti gli altri lavori. La loro trasferta americana ha permesso una preziosa collaborazione, quella del chitarrista dei Red Hot Chili Peppers Josh Klinghoffer. Il gruppo ha dichiarato di essersi fatto influenzare dalle suggestioni americane e le sfumature inaspettate dell’album ne sono la prova.

L’apertura nei confronti di prospettive geografiche e sonore differenti non ha però reciso i legami del gruppo dalla tradizione a cui appartengono. Mettono in musica i versi della poesia Tuareg e con essa contribuiscono alla narrazione della storia delle tribù del deserto.

Nell’ultimo lavoro non manca il riferimento alla situazione politica in Mali che li costringe spesso ad evitare di tornare a casa per paura di essere incarcerati. Il paese ha vissuto a suo modo la sua primavera rivoluzionaria, ma questo sembra essere stato ignorato dai più. La storia del loro popolo è costellata di spostamenti attraverso Algeria, Libia, Mauritania, Chad, Niger e molti vivono da rifugiati in Africa.

La nascita dei Tinariwen risale agli anni Ottanta, quando Ibrahim Ag Alhabib diede vita al gruppo cominciando a suonare con una chitarra che si era costruito da solo. Hanno da allora condiviso il destino del loro popolo e per questo sono diventati sensibili alle suggestioni della musica occidentale, soprattutto i suoni del blues americano.

Nel 1990 questa loro contaminazione musicale è stata scoperta  dagli artisti occidentali e così i Tinariwen hanno cominciato a girare il mondo. Anche quest’anno sono impegnati in un tour mondiale le cui prossime date saranno a marzo, a Santiago del Chile e in Messico dopo aver suonato per l’Europa e l’America instancabilmente l’anno scorso.

Lara Martino