Se quello che accade in Siria accadesse qui

Sarà che in Gran Bretagna esiste ancora il reato di immigrazione illegale. Sarà che nella contea di Surrey ieri la polizia ha arrestato 27 profughi stipati in un tir.  Fatto sta che Save the children ha scelto proprio questa zona dell’Inghilterra meridionale per un esperimento. Una simulazione di emergenza con un’inaspettata violazione dei diritti umani. Un assaggio di quello che accade tutti i giorni in Siria e che ha costretto 11 milioni di persone a lasciare le proprie case per cercare di raggiungere l’Europa. L’esodo dei migranti ha allarmato la tranquilla estate europea con un afflusso di profughi in aumento del 750% rispetto allo scorso anno. E non sempre se ne capisce il perché.

Come viene precisato all’inizio del video, l’esperimento è stato realizzato con degli attori e con la collaborazione degli enti locali. Finto il pericolo che costringe la polizia a chiudere senza preavviso le scuole. Inventate le difficoltà di consegna dei beni di prima necessità nei negozi. Artificiale il posto di blocco che non permette il passaggio dell’ambulanza.  Le reazioni delle persone, riprese da telecamere nascoste, però, sono autentiche. Stupore, incredulità, indignazione, rabbia, resistenza: un padre chiede allarmato a un agente un numero di telefono per avere spiegazioni sul perché quel giorno suo figlio non entrerà a scuola. Dei clienti guardano gli scaffali vuoti dei negozi e hanno la sensazione di essere in un “universo parallelo”. Sono tutti sentimenti che Save the children ha voluto risvegliare nella popolazione inglese. E non solo. L’associazione che dal 1919 si occupa della salvaguardia dei diritti umani, soprattutto dei diritti dei più piccoli, ha posto con questo video una domanda: “Come reagiremmo se tutte le violenze che stanno accadendo in Siria, si verificassero anche nelle nostre città?”.  Il video si chiude con le foto della distruzione portata dalla guerra e con un’affermazione: “Il fatto che questo non stia accadendo qui, non significa che non stia accadendo”.

Distruzione a Homs. Foto di Bo Yaser

Distruzione a Homs. Foto di Bo Yaser

Il tentativo fatto attraverso questo contributo è quello di sensibilizzare la popolazione sulle gravi motivazioni che hanno spinto milioni di persone a scappare dalla loro nazione per cercare rifugio altrove. Una candid-camera dal sapore amaro che vuole far riflettere non solo sull’accoglienza spesso negata ai profughi che riescono ad arrivare in Europa, ma anche sulle condizioni in cui sono costretti a vivere coloro che non hanno nemmeno la possibilità di andare via. Si stima che siano 420mila le persone che vivono in uno stato d’assedio nel loro Paese. Poveri, malati, anziani. Persone a cui quei diritti che a noi sembrano scontati vengono negati in ogni momento.

 

 

 

Merkel e la bambina palestinese. Quando la realtà è più assurda della parodia

«Qualcuno deve tornare indietro». Le parole decise, con quella sonorità tedesca non certo conciliante, fanno scoppiare a piangere una ragazzina. A pronunciarle ieri è stata Angela Merkel. E nonostante le critiche e l’ironia che ha suscitato, non stava affatto scherzando.

La Cancelliera partecipa a un incontro in una scuola a Rostock. È al centro di un’arena pronta a rispondere alle domande dei ragazzi presenti. Prende la parola una bambina palestinese, Reem, scappata con la sua famiglia dal Libano. Racconta la sua storia alla Cancelliera nel tedesco che è riuscita ad imparare negli anni che ha trascorso in Germania. Dice che suo padre non può lavorare perché sta avendo problemi con il permesso di soggiorno. Forse non riuscirà ad ottenere l’asilo politico. Cerca una parola di conforto e forse qualche rassicurazione sul futuro suo e della sua famiglia lì. Nei suoi occhi c’è la sincera speranza che quell’incontro possa aiutarla a non essere deportata in Libano. Dall’altra parte arriva la secca risposta della Merkel: «Capisco che la situazione è difficile, ma noi non possiamo accogliere tutti i profughi palestinesi o africani. La politica a volte è dura». La ragazzina rimane preoccupata per la sua vita, per i quattro anni passati forse inutilmente in un paese straniero ad imparare una lingua ostica e a cercare di ambientarsi. È angosciata dalla possibilità di dover ritornare in un posto che è la sua origine, ma dove non ha una casa. Non riesce a trattenere le lacrime. A poco serve il freddo tentativo di consolazione abbozzato dalla Merkel. Anche il mediatore del dibattito cerca di intervenire. Vuole far capire alla cancelliera che è difficile cercare di confortare una ragazza che sta vivendo un dramma dicendole semplicemente «Hai fatto un buon lavoro». Come se Reem avesse adempiuto ai suoi compiti esponendo in modo chiaro ed articolato la sua storia. La posizione di Angela Merkel, però, è chiara e dura e sta per fare il giro del mondo.

Il video ha attirato tante polemiche su tutti i media internazionali (Alison Smale ne ha parlato qui per il New York Times) e ha portato alla creazione di un hashtag su Twitter #merkelstreichelt che raccoglie i commenti più o meno ironici degli utenti del social cinguettante.

Oggi è arrivata la parodia nostrana, quella dei famosi youtuber napoletani The Jackal. Giocano sulla traduzione della conversazione in tedesco e fingono che a far piangere Reem non sia stata la possibilità reale di tornare in Libano dopo le parole di Angela Merkel. Il motivo scatentante del pianto sarebbe stato il racconto della storia di Bambi e la crudele rivelazione da parte della Cancelliera che la mamma del cerbiatto era stata uccisa dal cacciatore.

La parodia si serve dell’esagerazione, dell’assurdità. E per questo il video funziona e fa ridere. Ritrae la Merkel nel ruolo della perfetta cattiva che spesso le viene attribuito. Le parole della Cancelliera, però, non erano la narrazione di una favola che, per quanto triste, rimane frutto della fantasia. Ciò che ha ferito Reem è la realtà drammatica che quella risposta ha presentato e la sopraggiunta consapevolezza che il sogno di una vita migliore in Germania con la sua famiglia stava per infrangersi. Senza nemmeno la possibilità di poter dire: «Tranquilla era solo un film».

Aşure, se in un dessert si assapora l’armonia dei popoli

Il cibo, si sa, è fatto per essere mangiato. Ma è fatto anche per essere raccontato nelle pagine di un libro che si animano di sapori e odori. Ieri sera all’Esposizione universale di Milano una maratona di lettura ha dato voce a 104 scrittrici di tutto il mondo e alle loro storie in cui il cibo, quello del corpo e quello dell’anima, è il personaggio principale. Elif Şafak, una delle più famose scrittrici turche, ha portato a Novel of the World un racconto intitolato Aşure. Sul palco dell’Expo Centre il suo racconto è stato uno dei primi ad essere letto. L’iniziativa Novel of the World è all’interno di Women for Expo, il progetto ideato da Emma Bonino e Marta Dassù in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri.

Il dessert turco Aşure. Foto di  I, Maderibeyza.

Il dessert turco Aşure. Foto di I, Maderibeyza.

L’Aşure è un dessert che ha il merito di essere l’unico a piacere alla protagonista. Sì perché lei è sempre in difficoltà nei confronti dei suoi commensali che la guardano con sospetto e invidia quando confessa di non amare i dolci. Ammette, però, che l’aşure le scioglie letteralmente il cuore. Il perché non è da cercare nel suo gusto, ma nella sua composizione e nel suo significato.

«Arriva con una storia, con una leggenda. E un rituale. Si può preparare un pudding o un gelato e consumarlo da soli o con pochi altri. L’aşure è diverso. Deve essere abbondante. Devi essere generoso quando lo prepari. È un dessert che deve essere condiviso con il maggior numero possibile di persone».

La protagonista ricorda, attraverso i profumi che inondano la sua memoria di quando la nonna preparava l’aşure e lei, bambina, aveva il compito di distribuirlo a tutti i vicini: sunniti, aleviti, turchi, curdi, armeni ed ebrei. Per sua nonna erano tutti uguali: «Vivevamo tutti sotto lo stesso cielo, consumando aşure dal calderone della vita».

La scrittrice turca Elif Shafak, autrice dei romanzi ” La bastarda di Istanbul” e”Aşk”. Foto di Ebru Bilun.

L’origine mitica dell’aşure spiega perché Elif Şafak abbia scelto proprio questo piatto per rappresentare la coesistenza dei popoli e il cosmopolitanismo. La leggenda vuole che Noè avesse chiesto a tutte le creature salite sull’arca di portare con sé un ingrediente da cucinare. Riso, fichi, albicocche secche, ceci, uva passa, noci e nocciole. Tutti alimenti che da soli risultano insignificanti, ma che messi insieme nella stessa pentola a bollire per un’ora restituiscono un sapore unico e inaspettato. Ogni ingrediente mantiene il suo gusto particolare, ma nel matrimonio con gli altri elementi si ottiene un’affascinante combinazione di diversità e unità.

La ricetta dell’aşure non è mai la stessa perché gli ingredienti che si trovano in cucina, così come nella vita, sono sempre diversi. Ci si può divertire a dare colore al piatto con del melograno. Oppure si può scegliere di aggiungere qualcosa per modificare il sapore amaro degli eventi di una normale giornata: un po’ di cannella, qualche scaglia di cocco e una spolverata di noce moscata.

 

Tutti i racconti di Novel of the world sono disponibili qui. Aşure di Elif Şafak è a pagina 1034.

Stazione Centrale di Milano, migranti in attesa di destinazione

20150615_113142Nell’atrio d’ingresso della Stazione Centrale di Milano oggi i migranti non sono più molti come erano nei giorni scorsi. A volte quasi si confondono con il flusso di viaggiatori diretti ai treni. Alcuni, però, sono ben riconoscibili: sono in fila ai banchetti allestiti dalle associazioni e dal Comune per prendere qualcosa da mangiare. Biscotti, un succo di frutta, una tavoletta di cioccolato, una scatoletta di tonno, una mela. Alle loro spalle uno dei box in plexiglass raccoglie le donazioni dei cittadini. Servono soprattutto dentifricio, sapone, shampoo, rasoi, spazzolini.

Camminando tra i migranti l’odore che si avverte è comunque forte perché gli unici servizi igienici sono i bagni chimici posti all’ingresso di Piazza IV Novembre. Alcuni ragazzi si arrangiano come possono alle fontanelle di Piazza Duca d’Aosta per lavarsi la testa. Altri sono raccolti in gruppetti, spesso seduti sui loro stessi bagagli. Uno di loro si chiama Daniel, ha 22 anni e viene dall’Eritrea. Dorme e mangia in Stazione Centrale da 6 giorni, ormai, anche se la sua meta è la Germania. Spera di poterci arrivare tra tre giorni.

20150615_113415I migranti sono soprattutto uomini. Le poche donne spesso tengono per mano i loro bambini di 3-4 anni. La rete di assistenza ha pensato anche a un’area giochi per loro.

La Croce Rossa gestisce il presidio di pronto soccorso dove medici e operatori sono a disposizione. Qualcuno ci arriva zoppicando, qualche altro è lì solo per chiedere un consiglio. E a volte è un po’ insofferente per l’attesa.

Intanto la vita della stazione continua regolare. Unica anomalia il servizio di igiene che spruzza disinfettante negli angoli dove si sono accampate le persone per la notte. C’è molta sorveglianza: vigili, esercito, polizia. I viaggiatori a volte di corsa, a volte appesantiti dalle valigie, salgono al piano treni dopo aver dato uno sguardo veloce ai migranti in attesa di potersi spostare come loro verso una destinazione.

 

Nura, un amore nascosto che illumina Gerusalemme

È una città santa, è la città santa, Gerusalemme. Luogo di incontro e di contraddizioni, travagliata nell’anima, amata da chi ringrazia la terra sulla quale si adagia. Purtroppo è anche luogo di violenza che si fa strada a fatica tra tutto quell’amore che il Dio di tre popoli ha trasmesso soprattutto lì. È lo stesso Dio che fece uscire gli ebrei dall’Egitto, che morì in croce per i cristiani e che scelse come profeta Maometto per i musulmani. Gerusalemme è l’esempio di come in un luogo ognuno può scegliere ciò in cui credere, ma si trova con i piedi ricoperti della stessa polvere, con gli occhi fissi sulle stesse pietre, col cuore pieno degli stessi sentimenti.

Non sempre, però, gli uomini apprezzano il messaggio di pace che promana da una città come quella. E così un posto che pur trabocca di amore, finisce per divenire per tutti il simbolo dell’odio e del conflitto.

Nel loro nuovo album, Cafè Jerusalem, i Radiodervish hanno inserito una canzone che riassume tutto questo. Forse serve a chi spesso dimentica la vera natura di una città che nel suo nome arabo porta la radice della santità e ne profana così l’onore. Una canzone che fa riflettere più di tanta politica, racconta una storia d’amore vissuta tra il muro del pianto, la Basilica del Santo Sepolcro e la Moschea al-Aqsà. Quel sentimento sopito e celato unisce Nura, palestinese cristiana e Moshe, ebreo israeliano. I doppi aggettivi che accompagnano i protagonisti della storia dicono molto del perché tutto sia rimasto nel silenzio. Eppure il loro amore era in grado di illuminare tutto ciò che li circondava. Si respira sofferenza in quelle note e nelle suggestioni che creano.  Si percepisce che la soluzione al conflitto personale e politico di Gerusalemme è ancora lontana. Ma come da un caffè mediorientale in cui tradizione e modernità si confrontano di continuo, come dai fondi scuri di una tazza, affiora un destino che sembra già scritto, ma che qualcuno prima o poi cambierà.

Italia e integrazione: bene la sanità, ma c’è ancora troppa discriminazione

Si sente spesso parlare di integrazione degli immigrati – l’abbiamo fatto diverse volte anche su questo blog – ma questa parola finisce per sembrare abusata e privata del suo vero significato.

Oggi proviamo a dare qualche dato sulla politica di integrazione che cerchi di sottrarre dalla dimensione astratta questo tema.

Su 38 Paesi considerati – le nazioni della Comunità Europea più Australia, Canada, Islanda, Giappone, Nuova Zelanda, Norvegia, Corea del Sud, Svizzera, Turchia e Stati Uniti – l’Italia è al tredicesimo posto in materia di integrazione degli immigrati. 59 i punti assegnati al nostro Paese. Un dato di poco superiore alla media dell’Unione Europea. La classifica è stata realizzata dalla Fondazione Ismu insieme al Centro di Barcellona per gli affari internazionali e al Migration Policy Group.

I settori in cui la politica italiana riesce a fare meglio per gli stranieri che arrivano sul nostro territorio sono la salute, i ricongiungimenti familiari e la residenza di lungo periodo. Tutto sommato, l’Italia garantisce l’accesso alle strutture sanitarie, all’assistenza e ai diritti fondamentali della salute. L’abolizione del reato di clandestinità ha eliminato una delle grandi contraddizioni che esistevano in quest’ambito: i medici che si vedevano costretti (in teoria) a denunciare i loro pazienti non rappresentavano di certo uno dei modi migliori di accogliere chi si trovava in difficoltà.

Dispersione scolastica e sostegno agli studenti in difficoltà fanno dell’istruzione uno dei punti critici nella politica italiana sull’immigrazione. Anche sull’antidiscriminazione il nostro Paese non è all’avanguardia. Secondo una ricerca del Pew Reasearch Center, gli italiani sono i più razzisti d’Europa. L’indagine è stata realizzata con delle interviste a campione. Il risultato è che l’atteggiamento nei confronti di Rom e musulmani in Italia è molto negativo, più che in ogni altro Paese europeo. Le percentuali negative in questo senso sono rispettivamente dell’86% e del 61%.

Situazione intermedia per l’inserimento nel mondo del lavoro: in molti casi gli immigrati non trovano occupazione e non seguono nemmeno percorsi formativi; per molti altri l’impiego trovato non rispecchia l’istruzione raggiunta nei paesi d’origine.

Riguardo alla partecipazione degli immigrati alla politica, pesa molto l’assenza del diritto di voto per gli stranieri. Esistono comunque degli organi consultivi per stranieri e un desiderio di contribuire al processo decisionale di un Paese in cui risiedono da molti anni, spesso sin dalla nascita. A questo proposito, sembra al momento fuori dalle priorità del governo la legge sullo ius soli di cui si era parlato qualche tempo fa con molte polemiche. L’idea di fondo era quella di dare alle persone nate in Italia da genitori stranieri la possibilità di acquisire subito la cittadinanza italiana.

 

 

Karin Gelten, due patrie e tante lingue tra cibo e parole

Karin-1Il luogo di nascita è il Cile. Ma non basta a definire le origini della scrittrice Karin Gelten. La madre figlia di italiani aveva portato il cibo della sua famiglia nella sua casa, ma non la lingua. Il padre tedesco l’italiano non lo parlava e allora la madre per non perdere la sua lingua d’origine si faceva arrivare in Cile il settimanale Grazia. E dalla cittadina di provincia dove abitava, si metteva in viaggio fino alla capitale Santiago per recuperare la sua unica possibilità di contatto con l’idioma della sua terra. L’infanzia di Karin Gelten, quindi, è stata all’insegna dello spagnolo anche se presto ha imparato altre lingue. All’età di cinque anni, poi, Karin Gelten subisce un vero e proprio shock culturale. Arriva in Italia, in un luogo dove tutto sembra diverso, vecchio rispetto al nuovo che aveva vissuto in Sudamerica. La reazione è il mutismo e il rifiuto della nuova lingua. L’apprendimento vero arriverà molti anni dopo, quando il matrimonio con un professore di Padova la riporterà di nuovo in Italia. Qui ormai vive da 38 anni e continua a definirsi «una migrante per modo di dire». «I contatti con l’ambiente intellettuale frequentato da mio marito e la lettura dei libri di cucina per poter ospitare al meglio i miei commensali mi hanno permesso di imparare bene l’italiano e di acquisire la padronanza necessaria per scrivere in questa lingua». Da allora per Karin Gelten l’italiano è la lingua in cui pensa e scrive perché si sente a suo agio. L’immaginazione fa il resto. E le permette di ambientare le sue storie nelle campagne cilene. «I luoghi li posso trasportare, la lingua no. Non mi piace tradurre quello che scrivo dall’italiano allo spagnolo perché non è mai la stessa cosa». È quello che ha fatto sia con Mapuche, lo spirito del vulcano, sia con Inca, il suo ultimo romanzo, storie di miti e leggende sudamericane. La scrittrice aggiunge: «Io ho due patrie, da una persona che ero, dentro di me ora ci sono due identità, quella cilena e quella italiana». La sua scrittura è in un italiano elegante, che un suo amico ha addirittura definito arcaico, ma che la contraddistingue. Non si riconosce, però, molto nella definizione di scrittrice, nonostante i tre libri pubblicati. Preferisce essere chiamata “artigiana della parola”. Karin Gelten è convinta di una cosa: «La cucina può essere comparata al linguaggio perché è punto di incontro di varie culture e spesso trasmette un messaggio prima delle parole». E così gli spaghetti al pomodoro finiscono per essere un piatto meticciato, l’incontro tra la pasta «nostra perché italiana» e il pomodoro «mio perché andino», con un uso degli aggettivi possessivi che rivela la sua difficoltà di distinguere le sue identità. Allo stesso modo la scrittrice esprime lo stupore di vedersi servito in Cile un piatto che viene chiamato “porotos con riendas”, ma che altro non è che una pasta e fagioli. Il piatto parla, sostituisce le parole e dice molto di popoli che si sono spostati, contaminati e integrati, spesso senza saperlo.

Le quote migranti: nuova agenda per l’Unione Europea

federica_mogherini_credit_eu_commissionI numeri aiutano a capire la portata di un fenomeno. Quando si parla di persone, però, risulta difficile ridurre tutto a delle cifre, come se si trattasse di merci. Nella politica estera e, soprattutto, nella gestione dell’immigrazione risulta spesso l’unica strada che si può percorrere per cercare di trovare una via d’uscita tra chi affronta il tema in termini demagogici e chi la considera una questione culturale e umanitaria. La Commissione dell’Ue ha approvato una nuova linea d’azione per la gestione dei flussi migratori. E i risultati che sono circolati sono soprattutto percentuali. 9,94% e 11,84% i due dati da interpretare. Il primo si riferisce al numero di profughi in possesso dei requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiati che potrebbero essere reinsediati. In pratica si parla di 2000 persone. Il secondo numero è invece la percentuale di richiedenti asilo che al momento si trovano in Europa e che verranno ricollocati. A queste cifre se ne aggiunge un’altra, forse quella che più preoccupa chi è contrario all’accoglienza dei migranti: 60 milioni stanziati dall’Unione europea per gestire le emergenze. Sono da considerare inoltre i fondi necessari per sorvegliare le frontiere grazie ai piani Triton e Poseidon. 89 milioni di euro in tutto. Dai numeri all’interpretazione. Si tratterà di una redistribuzione dei migranti tra i vari Paesi europei. Questo significa che l’Italia potrebbe essere in “credito di migranti” rispetto ad altri stati e non dovrebbe accoglierne altri a breve. L’accordo era atteso da giorni soprattutto perché è da tanto che l’Italia invoca l’intervento europeo per evitare di gestire da sola i tragici sbarchi nel Mediterraneo.  Sembra quindi che l’immigrazione sia diventata davvero «una questione europea». L’Italia deve preoccuparsi di individuare i siti dove collocare i centri di smistamento, i cosiddetti hotspot. Federica Mogherini, ex ministro degli Esteri italiano e attuale Alto Rappresentante degli Affari Esteri dell’Unione ha comunicato la decisione di questa mattina in un tweet.

Le percentuali di migranti che ogni membro dell’Unione dovrà ricevere è stato calcolato in  base al Pil, al tasso di disoccupazione e al numero di rifugiati già accolti dal Paese. Fuori dalla redistribuzione Regno Unito e Irlanda. Contrari rimangono Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Paesi Baltici, Ungheria e Romania per i quali si dovrebbe procedere nella direzione dei respingimenti in mare. Jean Claude Junker, presidente della Commissione europea, ha optato per l’attivazione dell’articolo 78 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. La norma prevede degli aiuti in caso di arrivo improvviso di molti migranti in un singolo stato membro. A precedere l’Italia per l’incidenza della quota solo la Germania e la Francia.

Un mediatore tra le corsie dell’ospedale: il volontariato arabo a Sesto San Giovanni

A Sesto San Giovanni  gli stranieri sono tanti. Quelli di lungua araba sono la maggioranza. Come tutti i cittadini hanno il dirittto di accedere ai servizi della città. La lingua, però, spesso diviene un ostacolo. Se poi questa barriera si innalza in ospedale è ancora peggio. È per questo che la comunità islamica della zona ha organizzato un gruppo di volontari che possano fare da mediatori nella lettura e nell’interpretazione dei referti medici. Giovani bilingui, immigrati di seconda o terza generazione, scelgono di dare una mano a chi è in Italia da meno tempo di loro.

Sono cinque i mediatori volontari già attivi tra le corsie dell’ospedale di viale Matteotti grazie a una convenzione con la struttura. Il servizio è destinato a crescere perché i reparti dell’ospedale sono tanti e le esigenze diverse: si va dalla sala prelievi all’ambulatorio per le visite specialistiche.

Il progetto si chiama #Ospedare. Il sito web dedicato all’iniziativa offre la possibilità di compilare un modulo a chi voglia unirsi al gruppo. La pagina è dominata dal colore rosa perché, al di là dei pregiudizi, sono le pazienti di sesso femminile ad avere più bisogno di questo servizio. Per i consulti ginecologici spesso la mediazione linguistica diventa culturale. La necessità è quella di cercare un equilibrio tra usanze diverse e ragioni mediche.

La pagina Facebook della Moschea Milano Sesto pubblicizza l’iniziativa con l’hashtag #tifabenefaredelbene. Per altre informazioni si può visitare il sito della comunità dove sono presenti anche gli aggiornamenti sui lavori per la costruzione della nuova moschea in via Luini.

10927205_519857598166437_6561802748131134983_o

La mediazione linguistica in ospedale è comunque solo uno degli esempi della collaborazione tra il volontariato musulmano e l’ente pubblico in una realtà come quella di Sesto San Giovanni dove il dialogo con le istituzioni è da sempre positivo. È di qualche mese fa, ad esempio, la polemica sul corso di nuoto riservato alle sole donne nella piscina Olimpia per venire incontro alle esigenze delle musulmane. I pareri furono diversi e si invocò la tematica della discriminazione al contrario. Alla fine, però, la dirigenza della struttura sportiva, in accordo con l’amministrazione comunale, ha deciso di dare la possibilità anche a questo gruppo di persone un’occasione di incontro e integrazione sociale.

Milioni di passi, il racconto della sofferenza

sudanese-shoesScarpe logore, impolverate, spaiate. In molti casi è tutto ciò che rimane di una persona. Sono le scarpe riprese dalle telecamere a restituire l’immagine di qualcuno che è passato in un posto e ora non c’è più. Forse è anche per questo che Medici Senza Frontiere ha scelto le scarpe dei migranti come simbolo della sua campagna #milioni di passi. La fotografia qui su ne è il manifesto. È stata scattata dall’americana Shannon Jensen nel 2012 per documentare l’esodo di 30mila persone verso il Sud Sudan. Roberto Saviano ne ha parlato oggi su Repubblica. Ha scritto della morte di 900 persone nel Canale di Sicilia, migranti dell’Africa centrale che per guardare all’Europa verso cui si dirigevano, sono annegati ieri nel Mediterraneo. Sono scomparsi. Nessuno saprà mai le loro storie. Come ignote sono rimaste le vite dei tanti che prima di loro hanno condiviso questo destino. Non sapremo mai cosa erano in grado di costruire con le mani, cosa amavano guardare, quali profumi richiamavano alla loro memoria i momenti più importanti della loro vita, quali strade avevano attraversato. Delle loro brevi vite sono rimaste solo le scarpe, di certo non di lusso.

Quelle scarpe hanno percorso milioni di passi. Per scappare da una vita povera e difficile, da un paese in guerra, dalla persecuzione. I medici senza frontiere hanno intenzione di percorrerne altrettanti per portare aiuto. 51 milioni di persone da seguire nel loro percorso di migrazione da medici, infermieri, psicologi e altri operatori umanitari. E per farlo l’organizzazione chiede donazioni. Tutto per evitare che cifre disumane di persone continuino a morire sotto i nostri occhi mentre né l’Italia né l’Europa fanno nulla per impedirlo. Questo progetto cercherà di evitare che quelle scarpe rimangano abbandonate da qualche parte. Nella speranza che chi le porta se le tolga solo per indossarne di più nuove. Ma, soprattutto, questa campagna permetterà di non consegnare per sempre al mare, e quindi all’oblio, le storie di queste persone, i loro ricordi, le loro speranze.